Le confessioni di una ninfomane

le confessioni di una ninfomane

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Sto abbandonando il mondo dei sogni con il respiro accelerato, un lago di umori fra le gambe e il pensiero fisso di farmi una bella cavalcata.

Il mio risveglio

Con la smania di soddisfarmi ancora intatta provo a ricordare come è finita la serata, lo struscio apparentemente involontario delle mio culetto alla patta del ragazzo sulla metro, un’occhiata invitante prima della fermata e l’ho accalappiato, mi ha seguita nel bagno per una sveltina soddisfacente.

 

Al ricordo prendo a giocare col mio clitoride, chiudo gli occhi e mi mordo le labbra.
Senza parlare mi ha infilato la lingua in bocca e il suo cazzo in mano, si è appropriato dei miei capezzoli, li ha torturati fino a farmi gemere.
Segavo il suo membro giovane e voglioso che già cominciava a pulsare mentre lui infilava le sue dita ovunque, fuori e dentro la figa calda e colante fino a massaggiarmi e penetrarmi l’ano. Mi sono inginocchiata e ho preso a leccargli l’asta, a succhiargli con lentezza la punta, ma non ha resistito, mi ha tirato per i capelli, mi ha fatto rialzare, girato di spalle e costretta a piegarmi sul lavandino. Finalmente mi ha penetrata con forza, a fondo, credendo di farmi male.

E’ rimasto un attimo fermo, sorpreso, poi ha cominciato a muoversi, a spingere, a gemere, ha afferrato i miei fianchi e l’ho sentito dimenarsi per bene, il mio piacere ha preso corpo, ho stretto e rilasciato all’unisono con la sua pompata, l’ho avvertito crescere, resistere, allora ho contratto i muscoli con ancora più forza e lui è venuto, copioso, caldo e appiccicoso. Dallo specchio sopra al lavandino ho visto il suo viso, appagato e stupito, pronto ad andarsene, ma io non ero d’accordo.

E’ ancora troppo presto

Nel letto persa dietro ai miei ricordi ho già avuto un orgasmo, ora allungo una mano verso il cassetto e tiro fuori il primo giocattolo che mi capita, lo lecco per bene e lo faccio sparire oltre le mie grandi labbra.

Torno col pensiero al bagno della metro, mi rivedo sedermi sul lavabo, aprire le gambe, raccogliere il seme misto ai miei umori e leccarmi le dita invitandolo con lo sguardo. Lui continua ad allacciarsi i jeans, ma io non accetto un no come risposta, ripeto il gesto e gli ficco la lingua in bocca riuscendo a fargli capire cosa voglio.

Una delle migliori leccate della mia vita. Sono uscita da quel bagno con le gambe di gelatina e la patatina fresca e pulita.
I pensieri svaniscono, torno al presente, al piacere che violento esce provocandomi un urlo di soddisfazione. Abbandonata sfinita sul letto mi accorgo che l’acqua della doccia sta scorrendo, ora si è fermata. Nessuna paura, sono solo indispettita dalla mia incapacità di ricordare.

Chiudo gli occhi e mi concentro, sento prima il suo respiro, poi il suo tocco e la pelle ancora bagnata. Mi gira di schiena e mi si stende sopra, è alto, muscoloso, ben dotato, non è il ragazzo della metro. E’ già entrato dentro di me, dietro, mi allargo i glutei e accompagno i suoi movimenti, lenti, mi sega il clito e infila due dita anche nella spacca, il cuore mi sta per uscire dal petto, adoro gli orgasmi multipli di prima mattina procurati da uno sconosciuto.

Il lavoro chiama

Mentre rotolo con soddisfazione fra le lenzuola sento la fastidiosa vibrazione del telefono, so di essere un’altra volta in ritardo, so che il capo esploderà in una sfuriata memorabile, ma non mi interessa.

Continuo a leccare, succhiare, strusciare, mi sciolgo di piacere e sono felice. Stanca, esausta, ma felice.

Devo essermi addormentata di nuovo, è pomeriggio avanzato, in un momento di lucidità mi alzo di scatto e mi fiondo sotto la doccia, faccio attenzione ad evitare i capezzoli e mi trattengo laggiù lo stretto necessario alla detersione, ma non sono stata abbastanza veloce. Già sento la voglia pizzicare sotto la pelle e cerco di ignorarla.
Un trucco leggero, tacco d’ordinanza, gonna nera sopra al ginocchio e camicia attillata. Mentre ravvivo i riccioli biondi mi accorgo di aver dimenticato un’altra volta il reggiseno, indugio un momento, metto la giacca ed esco.

Provo a concentrarmi sugli impegni che ho saltato cercando il modo di rimediare, ma vengo continuamente distratta dai flash della mattinata, dal ricordo delle sensazioni che ho appena provato e che mi mancano, mi accorgo di stare fissando con ingordigia i pantaloni di un buon cinquantenne che è in piedi davanti a me sul treno. Mi sorride. A malincuore giro lo sguardo, stringo le gambe e soffro.

Arrivo in ufficio, riesco a tenere un atteggiamento tranquillo, come se nulla fosse, sorrido, non faccio in tempo nemmeno a sedermi alla scrivania che mi arriva la chiamata del capo, sono attesa nel suo ufficio.
Mentre percorro i pochi metri che ci separano invece di essere spaventata sento crescere l’eccitazione, per fortuna ho dimenticato di indossare anche le mutandine altrimenti ora sarebbero tutte bagnate. Giro la maniglia, entro, ed eccolo lì, sorridente, completamente nudo e in erezione. Il mio capo: alto, muscoloso, ben dotato.

Non era un estraneo.

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